domenica 21 febbraio 2021

Risotto gorgonzola e noci

Oggi ho preparato il risotto gorgonzola e noci, sembra un piatto complicato invece è davvero facile da preparare, ma di grande effetto, come un piatto da gourmet!

Ecco le dosi per 4 persone
300 g riso
300 g circa di brodo di carne o vegetale
100 g Gorgonzola (dolce o piccante)
120 g gherigli di noci
parmigiano grattugiato o grana
Cipolla
Vino bianco

Procedete come un normale risotto. Per la migliore riuscita è importante sempre seguire bene tutti i passaggi: soffritto, tostare il riso, sfumare con il vino bianco e poi aggiungere il brodo. Inoltre io uso la pentola di coccio, trovo che alcuni piatti come il risotto e le zuppe vengano molto più saporite se cotte in una pentola di coccio.
Quindi si fa il soffritto con la cipolla e l'olio, poi si aggiunge il riso e si deve mescolare tostandolo per bene. Si sfuma con il vino bianco e infine si aggiunge il brodo.
Io che ormai ho l'occhio confesso che lo aggiungo quasi tutto insieme e poi mi limito a girare solo ogni tanto. All'inizio però lo aggiungevo poco alla volta e continuavo a mescolare, stando sempre al fornello.
Adesso che, dopo anni e dopo tantissimi risotti, riesco a capire quanto ne serve, nonostante la quantità di brodo dipenda anche dal tipo e marca di riso usato, per cui ne aggiungo parecchio all'inizio e poi alla fine faccio solo dei rabbocchi.
A metà cottura si devono aggiungere al risotto le noci tritate in parte in granella fine, ma alcune in maniera grossolana.
A fine cottura si deve unire il gorgonzola mescolando bene e poi, quando è sciolto, spengo il fuoco, coperchio e manteco per alcuni minuti. 
Alla fine si serve il risotto noci e gorgonzola bello caldo con una bella grattugiata di parmigiano e volendo qualche gheriglio di decorazione 



venerdì 29 gennaio 2021

Anelli di totano al forno

Oggi giornata pesce!!!

A pranzo branzino al cartoccio e stasera pasta con sugo di pesce e anelli di totano al forno. Veloci e buonissimi.

Pronti per il forno!!


mercoledì 27 gennaio 2021

Giornata della memoria

Discorso di Liliana Segre al Parlamento europeo, nel 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz è assolutamente attuale e terribilmente vero.

Per non dimenticare.

"Non è che Auschwitz sia stata liberata quel giorno dall’Armata rossa. E’ molto bella la descrizione che Primo Levi fa nella Tregua di questi quattro soldati russi che aprono i cancelli – senza liberare niente perché i nazisti erano scappati da giorni – e si trovano davanti questo spettacolo incredibile. Incredibile in quel momento ai loro occhi, poi più tardi diventò uno spettacolo incredibile per chi lo volle guardare. Qualcuno non lo vuole guardare neanche adesso, dice che non è vero.

E lo stupore, lo stupore per il male altrui: sono queste le parole straordinarie di Primo Levi. Perché questo stupore per il male altrui nessuno che è stato prigioniero ad Auschwitz l’ha potuto mai dimenticare un secondo della sua vita. Lo stupore perché altre persone, che non sono pazze e non vengono da un mondo lontano ma sono tuoi fratelli europei, hanno pensato per sé.

Io allora avevo 13 anni, ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, fabbrica che c’è tuttora, dove facevamo bossoli per mitragliatrice. Lavoravo nella città di Auschwitz e sapevamo le cose che stavano succedendo a Birkenau dove ero stata fino a pochissimo tempo prima.

Di colpo, dopo che avevamo sentito scoppi lontani, venne il comando immediato dalla fabbrica stessa per quella che fu chiamata la “marcia della morte”. Io non fui liberata il 27 di gennaio dall’Armata rossa. Io facevo parte di quel gruppo di più di 50mila prigionieri ancora in vita, che erano stati obbligati in quelle condizioni fisiche, senza parlare di che cos’erano quelle psichiche, a cominciare quella marcia che durò mesi e di cui si parla pochissimo. La marcia della morte.

Quando parlo nelle scuole da nonna, come parlo da nonna da trent’anni a questa parte, dico che ognuno nella vita deve, una gamba davanti all’altra, non appoggiarsi a nessuno. Perché nella marcia della morte non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava sulla neve con i piedi piagati come noi e che veniva finito dalle guardie della scorta se fosse caduto. Ucciso, nessuno poteva rimanere lì su quelle strade.

Come si fa? Come si fa in quelle condizioni? E’ che la forza della vita è straordinaria. E’ questa che bisogna trasmettere ai giovani di oggi che sono mortificati dalla mancanza di lavoro, mortificati dai vizi che ricevono dai loro genitori molli per cui tutto è concesso. Mentre la vita non è così, la vita poi ti prepara a questa marcia che deve diventare marcia per la vita. E noi non volevamo morire, noi eravamo pazzamente attaccati alla vita qualunque fosse. Per cui, una gamba davanti all’altra, buttarci sui letamai, mangiare qualunque schifezza, qualunque cosa, mangiare la neve dove non era sporcata dal sangue. E non domandarci più nient’altro che andare avanti: camminare camminare.

Era il male altrui: le finestre erano chiuse. Traversammo la Polonia poi la Germania. Abbiamo visto altri lager, altri orrori, altri mali: Ravensbrück, un Jugendlager che si chiamava Jugendlager perché in effetti eravamo giovani, ma sembravamo vecchi. Senso sesso, senza seno, senza età, senza mestruazioni, senza mutande. Non si deve aver paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità a una donna. E’ così.

Ci eravamo abituate ormai a sopravvivere, perché c’era qualcosa dentro di noi che ci diceva avanti, avanti, avanti, avanti, avanti. E giorno dopo giorno, campo dopo campo, io mi ritrovai alla fine del mese di aprile del 1945. Pensate in quella situazione quanto era lontano il 27 di gennaio. Quindi stato fisico debilitato, morte di compagne perdute in quella marcia, rimaste lì senza potersi alzare, non soccorse mai da nessuno. Perché nessuno aprì una finestra, nessuno buttò un pezzo di pane.

C’era la paura. Era la paura che faceva sì che la scelta fosse di pochissimi. Perché non si parla quasi mai di questi straordinari che hanno fatto la scelta. Si dà per scontato che popoli interi siano stati colpevoli, perché non fu solo il popolo tedesco, fu tutta l’Europa occupata dai nazisti: parliamo della Francia, dell’Italia. I nostri vicini di casa, parlo dell’Italia, furono degli aiuti straordinari per i nazisti: ci denunciavano, prendevano possesso del nostro appartamento, del nostro ufficio, anche del cane qualche volta perché era un cane di razza. Il cane era di razza.

Questa parola razza, che ancora la sentiamo dire e per questo dobbiamo combattere questo razzismo, questo razzismo strutturale che c’è ancora. La gente mi chiede: ma come mai ancora si parla di antisemitismo? La gente mi domanda come se io fossi quella che sa perché c’è ancora l’antisemitismo, perché c’è ancora il razzismo. Va bene che sono vecchissima nel mio novantesimo anno di età.

Io credo che il razzismo ci sia sempre stato. Ma non c’era il momento politico per poter tirar fuori l’antisemitismo e il razzismo che sono insiti nell’animo dei poveri di spirito. Sì è così. Poi arrivano i momenti, corsi e ricorsi storici. Arrivano i momenti più adatti. Arrivano i momenti in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile di nuovo far finta di niente, è più facile guardare il proprio cortile: ma è una cosa che non mi interessa, perché mi deve interessare, non mi riguarda. E allora tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno adatto per farsi avanti.

Ora la guerra non si fermò e prima che gli alleati mi liberassero arrivò il primo maggio del 1945, la fine della guerra.

La condizione degli ebrei fu analoga nei paesi occupati, fu analoga di fatto se non di diritto. Eppure gli ebrei tedeschi, ungheresi, italiani si erano battuti nelle guerre per i propri paesi. Ricordo che mio padre era stato ufficiale nella prima guerra mondiale. Quanti ebrei tedeschi si suicidarono perché sentivano di essere stati separati dal resto della nazione. Questa separazione fu dolorosissima. Più ancora che per le leggi, per il fatto che ora era il tuo vicino di casa che ti escludeva.

Io quando furono emanate le leggi razziali ero una bambina e diventai invisibile. E questo effetto durò. Anche dopo la guerra. Ricordo quando a Milano, tra le macerie, incontravo quelle che erano state le mie compagne di scuola che non mi avevano visto più perché ero stata cacciata quando frequentavo la terza elementare. Perché ero stata cacciata? Ero un pericolo così terribile per i fascisti? Per questo decisero che i bambini ebrei di quella piccola comunità degli ebrei italiani (non più di 40 mila persone in tutto il paese, che furono vittime almeno per un terzo della shoah) che era stata assolutamente integrata nella nazione, dovevano diventare invisibili? Queste compagne, incontrate di nuovo dopo 4-5 anni chiedevano: Segre, ma  dove eri andata a finire?

Mi sono sentita sola, anche dopo. Io ero una ragazza ferita, ero una ragazza selvaggia, che non sapeva mangiare perché il coltello e la forchetta dov’ero stata non esistevano più. Per noi mangiare non era “essen”, come si dice in tedesco, ma “fressen” che è la parola che si usa per il mangiare degli animali, delle bestie. Ed io ero diventata bulimica, ero neghittosa, ribelle e come tale ero criticata anche da quelli che mi volevano bene. Non ero più la ragazza borghese che ero stata, con una buona educazione familiare.

È difficile ricordare queste cose e devo dire che da 30 anni io parlo nelle scuole con una difficoltà psichica molto forte, anche se sento che il mio dovere è questo. Sarebbe questo, fino alla morte, poiché io ho visto quei colori, ho sentito quegli odori, ho udito quelle urla. E ho incontrato tante persone in quella babele di lingue. Oggi non posso non ricordare, qui dove tante lingue si incontrano, la difficoltà di comunicare. E però comunicare era importante con le compagne che venivano da tutti i paesi d’Europa occupati dai nazisti. Si poteva farlo solo trovando delle parole comuni perché altrimenti c’era la solitudine assoluta del silenzio. Allora il silenzio derivava dall’isolamento ancestrale delle comunità che non si erano riunite in parlamenti come questo. L’Europa ha ricominciato a parlarsi solo ultimi 75 anni.

Allora si dovevano cercare poche parole per comunicare l’essenziale nelle lingue degli altri. Io per esempio in ungherese ho imparato una sola parola, “kenyér”, che vuol dire “pane”. Era la parola essenziale per non morire di fame, ma indicava anche la sacralità di una cosa allora essenziale per vivere e che viene sprecata oggi senza nemmeno guardare che cosa si butta via.

Io sento che la memoria di quella ragazzina che sono stata a me, che oggi sono una vecchia di 90 anni, non mi dà pace. I ricordi non mi danno pace perché il fatto di essere diventata nonna io, trentadue anni fa, quando è nato il primo dei miei tre nipoti, e oggi essere qui al parlamento europeo in questo momento, sono lo stesso miracolo.

Ma sono io quella ragazzina che ha fatto la marcia della morte, che ha cercato nei letamai qualcosa da mettere in bocca, che ha cercato una parola comune per poter parlare con le altre? Quella ragazzina è un’altra da me e io sono la nonna di me stessa. Quando mi rivolgo ai nipoti se hanno un dispiacere d’amore, o di studio o soffrono per non aver raggiunto un obiettivo che volevano raggiungere sono una nonna amorosa, sono una nonna molto presente, e in quei momenti ringrazio il miracolo che ha fatto diventare nonna una ragazzina che doveva morire.

È una sensazione che non mi abbandona, che provo ogni volta quando ho finito di parlare in una scuola – io parlo a migliaia di ragazzi, due o tremila mila tutti insieme – e compio il mio dovere di portare la mia testimonianza. Parlo di me, di quella ragazzina, magra, debole, disperata, sola.

Oggi io quella ragazzina non la posso più sopportare, proprio perché sono la nonna di me stessa. Sento che se non decido di smettere di parlare e di ritirarmi a ricordare da sola e a godere delle grandi gioie della mia famiglia ritrovata, comunque non potrei continuare, comunque, perché non ce la farò più a ricordare. Anche oggi provo una grande fatica qui con voi, ma ho sentito un grande dovere di accettare questo invito e cogliere questa occasione per ricordare con voi il male altrui, ma per ricordare anche che si può, una gamba davanti all’altra, andare avanti.

Chi andrà a Praga, o c’è già stato, e visiterà, o ha già visitato, il museo dei bambini del Lager di Terezyn sa, o saprà, che in quel campo ai bambini si facevano fare delle recite e c’erano delle matite colorate per disegnare finché tutti, un giorno, furono portati  ad Auschwitz e uccisi per la sola colpa di essere nati (erano troppo piccoli per avere altre colpe). Fra quei bambini ce n’è una, della quale non ricordo il nome, che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

Io non avevo allora le matite colorate e forse non avevo, non ho, la fantasia meravigliosa della bambina di Terezyn. Ma spero che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è il semplicissimo messaggio, da nonna, che io vorrei lasciare ai miei nipoti e a tutti i miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare la scelta e con la loro responsabilità e con la loro coscienza essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati."

https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20200128IPR71206/il-parlamento-commemora-la-liberazione-di-auschwitz-75-anni-fa


sabato 16 gennaio 2021

Amici uccellini: codirosso spazzacamino


Ed ecco codirosso spazzacamino zompettante!
Nella foto si vede poco il sottocoda rosso. Ma la macchia bianca sulle ali è ben evidente. 
Sia questa specie, sia la ballerina gialla anche lei nostra gentile ospite, non li avevo mai visti prima di questo inverno e ho dovuto identificarli tramite ricerca su internet.
Poi avendo un contatto alla LIPU ho avuto conferma dell'esattezza della mia identificazione, giusto per conoscerli meglio e per raccontare alle bimbe le abitudini dei nostri nuovi amici.

lunedì 11 gennaio 2021


E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.
(T. Terzani)

venerdì 8 gennaio 2021

Amici uccellini: ballerina gialla

La nostra amica ballerina gialla passa da noi tutti i giorni, così come il nostro amico codirosso spazzacamino. 

Ora con la neve è duro per loro trovare il cibo e, diversamente dal resto dell'anno, qualche aiuto è necessario.

È bellissimo vederla avanzare oscillando come se ballasse. 


Per chi ne volesse sapere di più:


giovedì 7 gennaio 2021

Leggere 💜

Se riesci a far innamorare

i bambini di un libro, o due o tre,
cominceranno a pensare
che leggere è un divertimento.

Così forse, da grandi,
diventeranno dei lettori.

E leggere è uno dei piaceri
e uno degli strumenti
più grandi della nostra vita.

(Roald Dahl)



giovedì 31 dicembre 2020

Un augurio per il 2021

 


Quest'anno siamo rimasti bloccati come l'acqua viene intrappolata dal gelo..


..io auguro che il 2021 sia l'anno in cui i nostri cuori leveranno il loro canto perché finalmente potremmo rivederci e riabbracciarci nuovamente!!!

giovedì 24 dicembre 2020

Auguri per questo Natale 2020

 


Vi auguro di cuore un sereno Natale e buone feste in quest'anno così particolare.
Mi viene in aiuto un scrittore di cui si è parlato tanto quest'anno.

S'io fossi il mago di Natale


farei spuntare un albero di Natale

in ogni casa, in ogni appartamento

dalle piastrelle del pavimento,

ma non l'alberello finto,

di plastica, dipinto

che vendono adesso all'Upim:

un vero abete, un pino di montagna,

con un po' di vento vero

impigliato tra i rami,

che mandi profumo di resina

in tutte le camere,

e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei

a fare magie

per tutte le vie.


In via Nazionale

farei crescere un albero di Natale

carico di bambole

d'ogni qualità,

che chiudono gli occhi

e chiamano papà,

camminano da sole,

ballano il rock an'roll

e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:

gratis, s'intende.


In piazza San Cosimato

faccio crescere l'albero

del cioccolato;

in via del Tritone

l'albero del panettone

in viale Buozzi

l'albero dei maritozzi,

e in largo di Santa Susanna

quello dei maritozzi con la panna.


Continuiamo la passeggiata?>

La magia è appena cominciata:

dobbiamo scegliere il posto

all'albero dei trenini:

va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani

lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale

e il giorno di Natale

i bimbi faranno

il giro di Roma

a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo

colto dal suo ramo

ne spunterà un altro

dello stesso modello

o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà

magari in via Condotti

l'albero delle scarpe e dei cappotti.


Tutto questo farei se fossi un mago.

Però non lo sono

che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:

di auguri ne ho tanti,

scegliete quelli che volete,

prendeteli tutti quanti.

(Gianni Rodari)


mercoledì 23 dicembre 2020

La pizza preNatale di nonna e la panificazione

Da sempre ho aiutato mia mamma o mia nonna a preparare il pane, la focaccia o la pizza in casa.
Panificare è per me una marea di ricordi, perché quando lo faccio rivedo mia nonna, lei che impasta, noi che la aiutavamo, mia mamma che infornava il pane o la pizza o la focaccia, il profumo che inebriante raggiungeva ogni angolo della casa, i racconti della nonna di quando con nonno vendeva il pane in bottega e del lavoro nel forno, i racconti di mia mamma che ha vissuto tutto ciò da piccola in quanto vivevano nel retrobottega ...
Mi vengono, poi, in mente le tavolate con i miei zii e cuginetti per la tradizionale pizza preNatale a cui mia nonna ci invitava, tutti stretti e tutti felici, per scambiarci gli auguri, storie, regali da mettere sotto l'albero, baci e abbracci.
La condivisione di portate preparate dalle tre famiglie che messe nel frigo di mia nonna o sul tavolo della sua cucina si confondevano, diventando un insieme inebriante di colori, sapori e profumi...
Quella serie di antipasti che anticipavano la pizza di nonna, il piatto forte della serata. Serata attesa per tutto il mese di dicembre, come fosse Natale, e immancabile ma speciale, perché capitava solo una volta all'anno ma era davvero voluta e condivisa.
La tavola della cucina tutta in disordine con piatti, coltelli, bicchieri puliti, con le pietanze da servire e poi con tutti i piatti spazzolati e sporchi dopo.
Noi bimbi che giocavano, ridevamo, ci rincorrevamo e ci litigavamo per ogni dove della casa di nonna. E poi il richiamo: 'A tavola!!', anzi i richiami a più voci di nonna, nonno, mamma, papà e zii e zie: 'A lavarsi le mani e a tavola!' 'Bimbi a tavola!' 'E' pronta!' 'A lavarsi le mani!' 'Veloci. A tavola!'.... e il prendere posto a tavola in modo disordinato e rumoroso 'Tu qui' 'No tu là' 'Sì, mettiti vicino a zia' 'Tu vicino a me' 'Posso mettermi vicino a papà?'... 
L'andirivieni delle portate e dei piatti lungo il corridoio dalla cucina alla sala, avanti e indietro, avanti e indietro, tra chiacchiere e brindisi.
E poi arrivavano le pizze!!!
Le pizze sfornate una dopo l'altra, non mancava mai quella con i funghetti che piaceva tanto a noi bambini, oppure quella con l'aglio e le acciughe senza la mozzarella per mio zio.
Per finire l'immancabile e squisita macedonia di Natale che nonna preparava con le noci e le mandorle pazientemente sbucciate, le arance, le mele tagliate piccole piccole, il succo di arancia e anche un pò di liquore. Già qualche giorno prima iniziava con la frutta secca, seduta al tavolo della cucina, a sgusciarla, metterla nell'acqua tiepida e con tanta calma e precisione a togliere le buccette. Ancora non sono riuscita a replicarla così bene.
Ringrazio la mia famiglia per avermi donato tantissime cose, insegnamenti ed esperienze; ringrazio anche per tutti questi meravigliosi ricordi che serbo nel mio cuore come un tesoro. 💓